Luciano Fabro, Arte Povera

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Luciano Fabro è uno dei protagonisti più significativi del rinnovamento artistico sviluppatosi a Milano negli anni sessanta. La sua ricerca prende le mosse dal superamento dello spazio bidimensionale della tela proposto da Lucio Fontana, con i buchi, i tagli e gli ambienti spaziali, e si è poi sviluppata con esiti ampiamente riconosciuti a livello internazionale, che attraversano con originalità e spirito d’indipendenza i differenti contesti del concettuale, dell’arte ambientale e dell’arte povera.

Nelle opere dei primi anni sessanta, attraverso l’uso articolato e sapiente di superfici riflettenti (come nel Buco del 1963) o attraverso l’inserimento delle proprie essenziali strutture scultoree in acciaio quali semplici presenze nello spazio reale (come Ruota del 1964, Croce, Squadra e Asta del 1965 e la lama spezzata di Contatto del 1967), Fabro s’interroga sulla rappresentazione del mondo fondata sulla scatola prospettica rinascimentale e imposta una sua personale via di approfondimento che ricava stimolo e linfa dall’arte del passato, invece di opporsi, con i modi più esteriori dell’avanguardia, alla tradizione.

Fondamentale è stato, per esempio, il contributo dato dall’artista al ripensamento sulla scultura come spazio abitabile e praticabile dall’interno, in un lavoro come In-cubo del 1966; come pure la sua articolazione del rapporto tra oggetto e ambiente espositivo, qui rappresentata dall’Habitat del 1980 per il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.

Elemento indissociabile dalla sua opera è una lucida e continuativa attività teorica e didattica (dal 1983 è stato professore all’Accademia di Brera), confluita in numerosi scritti: Attaccapanni (1978), Regole d’arte (1980), Vademecum (1980-1996), Arte torna Arte (1999). Nel 1978, insieme a Jole De Sanna e Hidetoshi Nagasawa, ha fondato la Casa degli artisti, un’esperienza autogestita di formazione, produzione e riflessione sull’arte che è stata, negli anni ottanta, una delle realtà più stimolanti della cultura artistica milanese.

(Prof. Giorgio Zanchetti)

Luciano Fabro

Luciano Fabro is one of the leading figures in the artistic renewal that developed in Milan during the 1960s. His research drew inspiration from the idea of going beyond the two-dimensional space of the canvas – first suggested by Lucio Fontana who used holes, gashes and created what he called “spatial environments” – and then evolved with originality and free spirit, as well as international acclaim, from Conceptual art to Land art to Arte Povera.

In the work the artist produced in the early 1960s, by way of a skillful and clever use of reflecting surfaces (for example, Buco, 1963) or by adding his own essential sculptural steel structures as simple presences in real space (for example, Ruota, 1964, Croce, Squadra and Asta, 1965, and the broken blade in Contatto, 1967), Fabro poses himself questions as to the representation of the world founded on the Renaissance’s perspectival rendering of a spatial box; he defines his own personal way of leading a more in-depth analysis, thereby drawing stimuli and lifeblood from past art, instead of using the avant-garde’s more ostentatious ways of opposing tradition.

Crucially important is the artist’s contribution to a rethinking of sculpture as a space that is inhabitable and practicable from its interior, an example of this being In-cubo, 1966.  The same may be said for his expression of the relationship between object and display space, represented here by Habitat, 1980, made for the Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) in Milan.

An element that is inseparable from Fabro’s output is his perspicacious, ongoing theoretical and teaching activity (he began to teach at the Accademia di Brera in 1983), evidence of which may be found in his many publications: Attaccapanni (1978), Regole d’arte (1980), Vademecum (1980-1996), Arte ritorna arte (1999).  In 1978, together with Jole De Sanna and Hidetoshi Nagasawa, Fabro founded the Casa degli artisti, a self-run organization for art training, production and contemplation which, in the 1980s, was one of the most stimulating experiences in Milanese artistic culture.

(Prof. Giorgio Zanchetti)

Arte povera

Su un terreno vicino all’arte concettuale, al minimalismo, alla land art e, inizialmente, alla pop art più “politica”, l’arte povera punta al cuore della tensione tra rappresentazione ed esistenza reale e si muove verso una ridefinizione dell’arte sia partendo dai suoi elementi fondanti, sia dalla vita e dalla natura come fonti di energia e materia. Sul piano formale, la scelta di materiali naturali, “poveri” – terra, acqua, ferro, legno, piante, scarti ecc.- risponde all’esigenza di aprire al linguaggio dell’arte le leggi fisiche, chimiche e biologiche che governano il mondo.

Le opere in sala documentano gli orientamenti dell’arte povera a partire, sul versante più concettuale, dai lavori di Giulio Paolini, Megara , 1966, di Giovanni Anselmo, Linea terra,  1970, di Michelangelo Pistoletto, Ragazza che scappa, 1962-71, e di Alighiero Boetti, I sei sensi, 1975, i quali affrontano, da un lato, problemi fondativi del linguaggio della rappresentazione attraverso la prospettiva e la linea, dall’altro questioni legate al rapporto opera/fruitore, ideazione/esecuzione, modelli di controllo/realtà. Sulla relazione uomo/natura/cultura si concentrano Mario Merz, Gilberto Zorio, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis e Giuseppe Penone. In Zebra (Fibonacci), 1973, di Merz, la serie numerica del matematico Fibonacci, che descrive la legge della riproduzione animale, è simbolo dell’energia autorigenerante della natura, la stessa che trasforma la materia nei Crogiuoli con acidi, 1981, di Zorio, o la avvolge e ne blocca la vita attraverso il ghiaccio di Rapsodie inepte, 1972, di Calzolari. Nell’opera Senza titolo, 1988, Kounellis predilige la materia trasformata dall’uso e dal lavoro, perciò carica di memoria, alludendo a quella relazione tra uomo e natura, che è pure al centro di Rovesciare i propri occhi – progetto, 1970, di Penone, il quale stabilisce negli occhi un confine uomo/natura, trasformandoli in superficie riflettente, simbolica “barriera” di separazione.

(Dott.ssa Lucia Matino)

ARTE POVERA

In a context that bordered on Conceptual art, Minimalism, Land Art, and the more “political” interpretations of Pop Art, Arte Povera targeted the core of tension between representation and real existence, moving towards a redefinition of art that departed from its fundamental elements, both from life and nature, as sources of energy and matter. On a formal plane, the choice of “poor” natural materials – earth, water, iron, wood, plants, refuse etc. – responds to the need of opening the artistic language to the physical, chemical and biological laws that govern the world.

The works in this hall document the orientation of Arte Povera, beginning – on its more conceptual aspect – with the works of Giulio Paolini, Megara (1966), Giovanni Anselmo, Linea terra (1970), Michelangelo Pistoletto, Ragazza che scappa (1962-71), and Alighiero Boetti, I sei sensi (1975). On one hand, these artists confronted the fundamental problems in the poetic of representation through perspective and the line; while on the other, they investigated questions related to the relationships between the work and its viewer, the idea and the execution, control models and reality. Concentrating on the relation between man, nature and culture we find examples in the work of Mario Merz, Gilberto Zorio, Pier Paolo Calzolari, Jannis Kounellis e Giuseppe Penone. In Zebra (Fibonacci), 1973, by Merz, the numeric series devised by the mathematician Fibonacci – to describe the laws of reproduction in the animal world – is a symbol of the self-generating energy of nature. This same elemental energy transforms the material in the  Crogiuoli con acidi (Crucibles containing acids), 1981, by Zorio, while that same energy is surrounded and frozen in Rapsodie inepte, 1972, by Calzolari. In his work Senza titolo (Untitled) 1988, Kounellis favours materials transformed by use and physical wear, which are charged with memory, thereby alluding to the relation between man and nature. This is also the central focus of a work by Penone – Rovesciare i propri occhi – progetto (Inverting one’s own eyes – project) 1970, in which he creates a barrier between man and nature through his own eyes, transforming them into reflective surfaces as symbolic “boundaries” of separation.

(Dott.ssa Lucia Matino)

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